LA COSTRUZIONE DI UN’ABILITA’ di Elia Bartolini

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In questo articolo vorrei portarvi assieme a me in un viaggio dentro la mente per scoprire quali sono i segreti che si celano dietro alla costruzione di un’abilità. La risposta posso già darvela: nessun segreto! Solo un corretto mindset. Scopriamo assieme come si sviluppa!
Ma prima, vi lascio con il video tratto dal secondo iMove Summer Camp 2019, dove ho tenuto un’intervento live basato proprio su questa ricerca condotta nell’ultimo anno. Sedetevi, prendetevi qualcosa da bere e godetevi assieme a me, questo meraviglioso viaggio. Spero ne uscirete con un briciolo di felicità e consapevolezza in più.

I DUE PESCI GIOVANI ED IL PESCE SAGGIO

Vorrei introdurre questa piccola ricerca riguardante la costruzione di un’abilità con l’esempio dello scrittore David Foster Wallace, che durante un intervento di fronte ad una classe di un collage nel 2005, esordì con una breve storia: “Ci sono due giovani pesci che nuotano insieme in un fiume, quando ad un certo punto si imbattono in un pesce più vecchio che nuota nel senso contrario. Quest’ultimo, dopo aver compiuto un cenno con la testa, si rivolge a loro: “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua là?”. I due pesci giovani dopo non aver risposto, nuotano per un po’, fino a che uno non guarda l’altro e dice: “Ma che diavolo è l’acqua?”. 

L’esempio in questione, per quanto di primo acchito possa sembrare banale, viene preso da David come spiegazione a diversi aspetti del mondo della psicologia: molto spesso, qualcosa che ci circonda è solo velato ai nostri occhi. Una volta tolto il velo, ci accorgiamo che è sempre stato lì, alla nostra portata, dietro un’invisibile barriera. Il viaggio che andremo a compiere in questo articolo avrà un po’ lo stesso sapore: un percorso già tracciato, ma che non abbiamo ancora battuto. 

Il cerchio che contiene la definizione di abilità è davvero molto vasto ed i suoi confini appena visibili. Tutte le attività della vita quotidiana sono delle abilità, dall’imparare a guidare una macchina al giocare a scacchi, imparare ad allacciarsi le scarpe o memorizzare pagine e pagine di libri in vista di un esame. 

Chiaramente, non tutte le abilità sono uguali. Al contrario, ognuna lascia nel cervello una mappa neurale ben precisa e diversa da qualunque altra. 

APPRENDIMENTO E PATTERN NEURALI 

Di mappe neurali e funzionamento del cervello ne sanno qualcosa i ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che negli anni 90 fecero una ricerca condotta sui topi. Un topo veniva inserito in un piccolo labirinto a forma di T, all’inizio della lettera (alla base della T per intenderci), mentre su un lato della T veniva posto un pezzo di cioccolato, sulla sinistra. Davanti al topo, inizialmente, era presente una paratia che non gli consentiva di vedere la forma del labirinto e cosa ci fosse aldilà di essa. Durante le prime sperimentazioni, il piccolo roditore, dopo un segnale acustico che precedeva l’apertura della paratia, si muoveva dubbioso, esplorando ogni singolo angolo del labirinto, fermandosi soprattutto nella base della T, graffiando i muri di tanto in tanto. Era evidente che sentisse l’odore della cioccolata, ma non sapeva come muoversi. Una volta arrivato al bivio della lettera T, spesso girava a destra, nella direzione opposta a quella della cioccolata, esplorando di nuovo tutti gli angoli, per poi tornare indietro ed infine trovare la ricompensa. A primo impatto, poteva sembrare che il roditore fosse privo di qualsiasi pensiero visti i movimenti estremamente lenti e il tempo impiegato per arrivare alla ricompensa, ma l’attività neurale mostrava il contrario: durante i cambi di direzione e all’arrivo al bivio della T, l’attività neurale del roditore esplodeva, processando migliaia su migliaia di informazioni ad una velocità impressionante. 

Gli scienziati ripeterono questo esperimento tante e tante volte, sperimentando come l’attività cerebrale del roditore cambiasse dopo centinaia e centinaia di prove. Degli importanti pattern emersero: con il tempo, cambi di direzione, annusate di angoli e graffi sui muri scomparvero. La prima parte della T veniva compiuta alla velocità della luce, nessuna esitazione. Una volta al bivio, dopo qualche errore, anche questa parte divenne automatica, fino a che il roditore ebbe imparato perfettamente come muoversi per arrivare alla ricompensa. Il pattern si consolidò fino a non richiedere più nessun impegno da parte dell’attività cerebrale: il roditore aveva interiorizzato il percorso al punto tale da non aver più nemmeno bisogno di pensare: tutto era compiuto in maniera automatica. L’abitudine, impressa in un’area chiamata “basal ganglia” permetteva al roditore di muoversi senza che il cervello dovesse compiere sforzo. 

Nell’immagine 1 si può notare la differenza di attività cerebrale del roditore misurata tramite sensori, all’inizio dell’esperimento e dopo centinaia di tentativi.

IL CERVELLO PIGRO

Questa è una grandissima scoperta sotto numerosi punti di vista, uno tra i quali quello della costruzione di abitudini e abilità. Questo esperimento ci aiuta a capire come il corpo riesca ad automatizzare certi pattern, ma l’interiorizzazione di essi spegne l’attività neurale durante questi ultimi

Ora, questo aspetto può essere visto in maniera positiva ed in maniera negativa. La ragione per la quale succede è una delle più universali leggi del corpo umano: quella del risparmio. Il cervello tende ad essere pigro e risparmiare energie su qualsiasi attività che lo riguardi: se può spegnersi e lasciar agire il corpo senza pensare, lui non ci pensa due volte nel farlo. Un esempio vicino a chiunque di un vantaggio che il meccanismo di apprendimento neurale porta nella quotidianità è quello di imparare a guidare. Vi immaginate, ogni giorno in cui aprite gli occhi, dover riprovare le stesse sensazioni del vostro esame di guida e della prima volta che siete saliti in macchina? Le prime volte in cui si esce da un garage o da una via stretta, il cervello processa miliardi di informazioni tutte assieme, ma non riuscendo a dare voce a tutte contemporaneamente, le processa una alla volta: controlla l’ambiente circostante in maniera minuziosa, inserisce la retromarcia, controlla lo specchietto, gestisce la pressione sulla frizione e sul gas, rende l’inclinazione del volante perfetta per eseguire la manovra, e così via. Bene, chi dopo 1 anno pensa a queste cose, una separata all’altra, impiegando tanto tempo? Sicuramente sareste in grado di farlo controllando le notifiche sullo smartphone o parlando tranquillamente al telefono. Avete interiorizzato il meccanismo di guida.

COSA E’ RICHIESTO PER INTERIORIZZARE UN’ABILITA’?

Ci sono naturalmente delle condizioni fondamentali affinché l’interiorizzazione di un’abilità prenda atto, prima tra le quali la ripetizione di quest’ultima. Il roditore ha ripetuto il labirinto, riportano gli scienziati, dalle 200 alle 500 volte prima di presentare un pattern chiaro. Allo stesso modo, guidare una vettura con estrema tranquillità e rendendo il processo delle informazioni fluido, richiede relativamente tanta pratica. 

L’esempio della guida tuttavia scaturì in me una domanda: “Ok, allora cosa rende diverso me, un guidatore di tutti i giorni, da un guidatore esperto, da un campione di rally o di formula uno? Il concetto di base è sempre quello di guidare una macchina, giusto?”

Per rispondere a tale domanda dobbiamo innanzitutto capire che ogni attività ha una sua richiesta neurale specifica. Esistono attività che di natura richiedono un impegno molto più elevato di altre e questa differenza può assumere tutte le sfumature del mondo, senza una scala ben precisa per catalogarle: ad essere onesti, risulterebbe inutile ed uno spreco di risorse. Leggere un libro di narrativa è la stessa cosa di memorizzare un testo di anatomia per l’esame all’università? Come attività di base sì: si leggono delle parole su un foglio, ma come attività cerebrale assolutamente no: la seconda richiederà sicuramente più impegno della prima. 

Abbiamo appena scoperto che le abilità si possono interiorizzare fino ad eseguirle in maniera impeccabile con il minimo sforzo. Qual’è il prezzo da pagare? Il più alto: PRATICA, TEMPO e TALENTO.

Questa tre qualità sono la base per l’apprendimento di un’abilità, di qualunque si tratti. 

MESI DI PRATICA IN 6 MINUTI

Diventerai intelligente grazie ai tuoi errori”, recita un proverbio tedesco. Questa frase è ben conosciuta da Gary McPherson, uno psicologo musicista. Una ragazza di nome Clarissa è sua allieva di clarinetto, conosciuta per non essere nulla di speciale nel panorama musicale: poco senso di ritmo, nessuna dote particolare. Tuttavia in un video, che la ritrae durante una sua pratica nella scuola, qualcosa che McPherson definisce “worth of million dollars” (con un valore di milioni di dollari) rende clarissa interessante. Nel video, Clarissa prova le note di una canzone intitolata “Golden Wedding”, che gli piace tanto e vuole impararla. Nei primi secondi della registrazione, studia la disposizione delle note. I suoi occhi si chiudono, immaginano le dita sul clarinetto. Si riaprono, inizia a suonare e compone le prime 5 note, poi un errore. Clarissa si ferma, appoggia il clarinetto, segnala l’errore, risuona il motivo da capo. 8 note, e di nuovo un errore. Gli occhi si chiudono di nuovo, il motivo suona nella sua testa, risuona il clarinetto, la prima parte della canzone è andata. “Suona male, sembra un susseguirsi di note senza senso, ma questa ragazza ha appena compiuto un mese di pratica di altri studenti in appena 6 minuti” dice McPherson. Il video continua con Clarissa che dopo aver suonato in maniera non impeccabile solo la prima parte di Golden Wedding passa ad un altra canzone, una canzone che conosce. Questa volta la suona tutta, senza interruzioni. “Visto? Non ha tono, non c’è emozione, lei la suona soltanto, come se stesse salendo le scale. E’ completamente vuota. Non c’è apprendimento, non c’è costruzione. E’ un chiaro esempio di perdita di tempo. E’ una ragazza con doti di apprendimento mediocri, ma in quei 6 minuti ha dimostrato di poter essere un grandissimo talento. In quei 6 minuti ha racchiuso mesi di pratica; poi di nuovo giù. La cosa buffa è che non se ne è nemmeno accorta”.

PRATICA PIENA E PRATICA VUOTA

Quella di clarissa durante “Golden Wedding” non era una pratica ordinaria, come quella del secondo motivo. C’era qualcosa di più, che la rende una vera pratica: grande attenzione, correzione istantanea degli errori, mappa mentale verso il successo. Mattone su mattone, qualcosa si stava costruendo.

L’esempio di Clarissa ed il suo clarinetto ci fa riflettere su come una pratica possa assumere due aspetti diversi, pur rimanendo sempre concretamente la stessa cosa. Una pratica vuota, priva di costruzione, presenza e attenzione. Oppure una pratica piena, orientata alla correzione degli errori, concentrata sull’elaborazione di una mappa mentale di quello che si vuole raggiungere. 

Come abbiamo visto precedentemente, il cervello tende a diminuire la propria attività cerebrale durante la ripetizione di pattern già acquisiti, ed è proprio quello che è successo a Clarissa nel secondo motivo, suonato in maniera vuota, distratta, abitudinaria. Pur conoscendo già il motivo, questo non significava che non potesse migliorarlo, renderlo perfetto, migliore, emozionante. Stiamo parlando dello stesso motivo, ma suonato con due intenzioni diverse: la prima, distratta, che porta a seguire il pattern già impresso, di conseguenza, minor attività cerebrale. La seconda, attenta, volta a scrivere un nuovo pattern: un pattern più pulito, preciso, con uno scopo. In questo caso, anche se c’è un pattern precedentemente acquisito, l’attività cerebrale sarà comunque presente grazie all’attenzione e le nuove sfide che richiede il motivo.

La pratica quindi, è la costruzione di un pattern sopra un altro. Grazie al pattern precedentemente acquisito si riuscirà a creare una pratica di qualità superiore e grazie ad essa un nuovo pattern. Ed il cerchio si ripete all’infinito, perché si può sempre aggiungere qualcosa. Il processo di miglioramento e l’attenzione costante su quello che si sta svolgendo non permette al cervello di entrare in modalità “risparmio energetico” e costruirà un nuovo pattern.

ABITUDINE, COSTANZA E PRACTICE LOOP

Tuttavia, il tempo è padrone di tutto. I cambiamenti che servono al corpo e all’attività neurale per interiorizzare pratiche di alto livello sono lunghi. Un sollevatore olimpico per aumentare il suo massimale sollevato anche solo di 1kg ci impiega 4 anni. Un ballerino, per correggere un piccolissimo difetto in una coreografia complicata può impiegare anni. 

Per questo la costanza è la chiave per imparare qualunque tipo di abilità. La costanza è il risultato di pratica e tempo, quindi la pratica ripetuta nel corso dei giorni, mesi e anni. Tale ripetizione deve essere combinata con la qualità della pratica per formare un’abitudine, un percorso neurale automatico che garantisce al soggetto una tempra in grado di sostenere nel tempo pratica e concentrazione. Un processo che si autoalimenta! Parto da zero —> Mi alleno per diventare più bravo in un’abilità — > lo ripeto per un tot di tempo —> creo un’abitudine —> l’abitudine mi rende capace di sopportare la pratica nel tempo —> miglioro l’abilità già creata —> ritorno al “punto zero” ma su una nuova abilità.

IL TALENTO ED I SUOI LIMITI

Il talento. Come per ultimo non parlare di uno degli argomenti più additati al mondo. “Si ma lui è un talento, per questo fa quello che fa”. “Anche io se ero così leggero facevo quelle cose” e chi più ne ha più ne metta. E’ il funzionamento della mente umana: creare storie plausibili per giustificare qualcosa che non è facile da spiegare. Va tutto bene, funziona per tutti così. Ma, quello di cui non si parla è chi c’è, dietro il talento. Innanzitutto, non capire che ci sono persone più portate per determinate attività, significa vivere nel mondo dei sogni, essere ciechi di fronte all’evidenza. Siamo oltre 7 miliardi di individui in questo mondo, ognuno diverso dall’altro, c’è veramente chi crede che non esista la predisposizione ed il talento? Ogni attività ha delle richieste ben specifiche: per essere bravi a basket, essere alti aiuta. Sei alto 1 metro e 60? Il basket di alto livello probabilmente non fa per te. Punto. La vita a volte fa male, bisogna accettarlo. Ora, non tiriamo fuori la bella storiella di chi era alto 1.60 e cel’ha fatta: in termini statistici, quanti nel basket sono di quell’altezza? Pochi. Inutile additare due giocatori di basket dicendo “eh ma loro sono alti!” E’ ovvio che sono alti! Altrimenti non si troverebbero lì. Il talento parte in primis dalla predisposizione fisica di ogni soggetto all’attività che va a svolgere e su questo, non ci piove. 

UN WR AD OCCHI CHIUSI 

Nonostante si possa essere predisposti fisicamente all’apprendimento di un’abilità ad alti livelli, questa qualità perisce nei confronti della pratica di qualità, che crea l’eccellenza.

Michael Phelps, ha iniziato a nuotare all’età di 7 anni. Un ragazzo iperattivo che usava il nuoto come sfogo alla sua grande energia. Il suo coach locale, Bob Bowman, dopo aver visto le sue proporzioni corporee sapeva di poter formare un campione. Ma Phelps era emotivo. Bowman credeva che il segreto per portarlo alla vittoria era creare le giuste abitudini. Aveva un fisico perfetto per la piscina e vedeva in lui una capacità di essere ossessionato che lo rendeva un potenziale atleta ideale. Dopotutto, tutti i campioni sono ossessionati. Tutto quello che Bowman poteva dargli erano abitudini che lo rendessero il più forte nuotatore nella piscina. Non aveva bisogno di controllare ogni aspetto della sua vita, ma solo alcuni per creare il giusto mindset. Creò così una serie di riti da far usare al ragazzo per farlo rimanere concentrato e calmo durante ogni gara, cosa che, in uno sport che si basa su decimi di secondo, può fare la differenza. Quando era un teenager, dopo allenamento, Bowman diceva a Phelps: “Ora vai a casa e guarda il videotape. Più volte prima di andare a dormire, più volte appena ti svegli”. In realtà non c’era nessun video, ma era una visualizzazione mentale della gara perfetta. Phelps immaginava lui stesso lanciarsi dai blocchi, impattare l’acqua, nuotare con forza, i suoi cambi di direzione e l’arrivo. 

Era la mattina del 13 Agosto 2008 e la sveglia di Phelps suonò regolare come sempre alle 6.30. La sua gara era alle 10, 200 metri farfalla. Prima di essa, fece quello che faceva sempre prima di una gara, un piccolo allenamento di 45 minuti, stretching, indossava la tuta ed aspettava con un mix di hip-hop che ascoltava prima di ogni gara. Quando chiamarono il suo nome, salì sui blocchi, salutò e si preparò a partire. Al suono della pistola, si tuffò ed iniziò la sua gara. Riconobbe subito qualcosa di strano non appena impattò l’acqua. Entrava dell’acqua dentro i suoi occhialini. Ma non pensava potesse diventare qualcosa di grave, dopotutto dopo l’impatto poteva succedere. Dopo la seconda virata, però, gli occhialini erano quasi pieni d’acqua, impedendogli quasi completamente la vista. Niente linea, niente T nera sul muro della piscina. Nulla. Per chiunque, perdere la vista nel mezzo di una finale olimpica, è sinonimo di panico. Phelps era calmo. Tutto era andato secondo i piani quella mattina. Bowman gli disse una volta di nuotare in una piscina al buio e di ricreare tale condizione nei suoi videotape mentali. Phelps iniziò l’ultima vasca, stimando quante bracciate gli servissero per arrivare alla fine. Diciannove o venti, pensò. Si rilassò e nuotò alla massima potenza. Alla ventesima bracciata, sentì di aver bisogno di una ventunesima, o meglio, così la sua immagine mentale gli disse. Si allungò più che potè per la ventunesima. Toccò il muro. Sentì il pubblico esplodere. Tolse la testa dall’acqua e guardò il tabellone, in corrispondenza del suo nome: WR. World Record. Aveva vinto un oro e stabilito un nuovo record mondiale. Senza vedere, con gli occhialini pieni d’acqua. 

Dopo la gara un reporter gli chiese: “Come ci si sente a nuotare al buio?” E Phelps: “Come lo avevo immaginato”. 

Phelps è indubbiamente un talento, le sue proporzioni corporee e fisicità lo confermano, ma le sue abitudini e le abilità che ha costruito nel tempo lo hanno reso un campione e questo aneddoto ne è solo un esempio. C’è tanta differenza tra essere predisposto ed essere un campione. L’acquisizione di un’abilità perfetta è l’ingrediente che rende campioni le persone brave.

CONCLUSIONI

La costruzione di un’abilità si compone sempre di 2 elementi fondamentali. Pratica di qualità e tempo, che assieme creano un’abitudine. Nel corso delle lezioni che andremo ad eseguire, mi auguro che abbiate capito quale sia lo spirito da mantenere, quali le cose da pensare. Orientare la propria mente verso il giusto mindset è il primo passo per sviluppare al massimo le proprie abilità, a qualunque punto esse potranno arrivare in futuro, che sia vincere una gara mondiale o vincere una sfida con sé stessi, dimostrandosi di avercela fatta. Dopotutto, come dice David Bowie “We can be heroes, just for one day”.

Elia.

Bibliografia: The Power of Habit – Charles Duhigg | Deep Work – Cal Newport | The Talent Code – Daniel Coyle | Thinking Fast and Slow – Daniel Kahneman | Altre ricerche, articoli ed interventi degli autori sopracitati. 

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